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8 aprile 2010

Dopo

Apri le finestre, c'é odore di chiuso.




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15 gennaio 2009

tarocchi 2

 Piove da giorni.
- Ricordamelo!
Sono state le sue ultime parole. Ricordamelo ed è uscita dal giardino.

Giovanni mi guarda.
Piove.
- Ricordamelo!
E' insopportabile quando mi guarda così, come un cane bastonato, come una vittima sacrificale.
Come un bambino frignone.




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12 gennaio 2009

Massì, dai

 Quasi a cercare a tastoni. La piccola luce della candela e il passo prudente.
Fuori il buio.
-Hai visto ? Non è cambiato niente
.




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29 aprile 2006

VIII

Estinzioni.

Poiché c’erano molte cose nella sua vita che non andavano, un giorno decise di sparire del tutto. Fu l’ultimo giorno che lo vidi. Ci aveva provato in tutti i modi, o almeno questa era la sua profonda, frustante, deludente, ultima convinzione. La sua partenza fu il coronamento del suo fallimento. Seduto davanti a me, il suo sguardo mi attraversava come se io non esistessi neppure. Niente e nessuno esisteva più ormai, per la sua sete per la sua fame. Non lasciava nessuno e niente dietro di se’.  Non era mai stato, non sarebbe mai stato un cavaliere, non un eroe un profeta. Non era neppure più un suonatore di sassofono.

-    Non ne sono stato capace…

E se ne andò, senza salutare senza voltarsi.

Ho imparato da lui, in questi anni che si sono succeduti e farò come lui, senza salutare. Senza voltarmi.

 




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28 aprile 2006

VII

Sembra un sogno. Anche oggi, sulla panchina del parco, i bambini che giocano, il chiosco che ha riaperto e comincia a vendere qualche gelato, i pensionati  che parlano in dialetto di politica. Anche oggi, a ripensare quei giorni, sembra un sogno.

Juve Cagliari, Petruzzu Anastasi  ‘u Turco e Giggirriva Rombodituono. Altri tempi.

Se questa storia dovrà avere un titolo, perché il racconto lo brama  sempre un titolo che gli apra una qualche strada, il titolo di questa storia sarebbe “Estinzioni”. Un mondo, interiore ed esteriore, che è andato marcendo e scomponendosi. Come la musica di quel sax, come le mani gli occhi il fiato che lo suonava, quel sax. Non mi mancano quei giorni, non mi manca la sua musica, non mi manca la sua faccia scolpita nella disperazione, non mi manca la sua voce querula che chiedeva compassione commiserazione conforto oltre ogni limite di umana sopportazione ma che, inesorabilmente, ti mandava sempre a cagare. Non mi mancano i suoi discorsi rabbiosi la sua gelosia la sua antipatia. Mi mancano le domeniche che si andava al Comunale, che si entrava per primi nello stadio ancora vuoto, che si aspettava ore mentre la curva si riempiva piano piano, a volte fino a scoppiare. Solo in quelle domeniche allo stadio, la gioia la rabbia la delusione sul suo volto erano emozioni vere, lo rendevano bello, forte. Un cavaliere a Gerusalemme.




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21 aprile 2006

VI

Che poi, a guardarlo bene, il suonatore di sax sembra un bambino invecchiato. Lunghi capelli grigi e un volto emaciato, lunghe gambe e lunghe braccia magrissime e una tosse da far paura.

-    Come faccio a parlarti di lei ? I suoi occhi erano i miei occhi. La fragranza della sua pelle l’abbraccio tra le sue braccia. Il suo profumo…

Certo, come fai a parlarmi di lei. Tracanna il suo vino e mi guarda, oltre il carboncino ardente della sua sigaretta tra dita lunghissime e gialle di unghie e di nicotina.

L’ho vista anch’io quella sua donna, come l’hanno vista tutti, schiantarsi di eroina e finire come una vecchia puttana sdentata a succhiarlo in giro, a cani e porci, per due lire. I suoi occhi saranno stati anche i tuoi occhi, ma alla fine sembravano pozzanghere di acqua marcia e il suo profumo… il suo profumo…

-    Bevine un altro. Non ci pensare.

 




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9 aprile 2006

V

Lo conobbi che stava suonando. Non capivo la sua musica. Vedevo le sue dita, sul sassofono e gli occhi. Nel locale, c’era fumo che inghiottiva la luce gialla e odore di muffa, di alcol, di sudore. Vedevo le sue dita e pensavo alla Sicilia. Più tardi, al tavolo, fumava e stava zitto. Ci siamo conosciuti così, fumando e stando zitti.

-    Il rum è il migliore di tutti.

Fumando e stando zitti ci siamo detti le nostre vite. Non mi ha mai perdonato la mia normalità. Non mi sono mai perdonato la sua musica.

New Orleans o l’Africa. Meglio, l’Africa. L’Africa di un tempo, l’Africa del mito. E l’America, gli States, Charlie Parker.  Miles Davis e Porta Palazzo, la Barriera di Milano, corso Vercelli. La cantina di via Elvo che si spalancava sul cielo sotto i ponti di Manhattan

-    Il Mondo non è qui.

-    La tua famiglia per il mio sax. Subito, al volo.

Una stronzata.  




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4 aprile 2006

IV

Suonava il sassofono. Come si scala una roccia a mani nude, come ci si aggrappa sospesi nel vuoto, sospeso anche il fiato. Come si maneggia un corpo di donna. Suonava con voglia, con disperazione, con furore. Ma, a volte, suonava piano, con un filo di fiato. Le note volteggiavano, delicate e aeree, e il suo spirito dietro, leggero e disincantato. Il vento di una freccia, di un coltello lanciato. Il volo di un'ombra. Gli occhi persi e le mani avvinghiate a quello strumento di ghiaccio e di oro. Senza tempo. Padrone del suo tempo. Di tutto il tempo, da quando era finalmente diventato uomo, emergendo dal suo dolore e dalla sua paura. Padrone. Un dio, solo un dio avrebbe potuto tenergli testa, ma un dio che suonasse, che lo sfidasse a fare meglio di lui e che, invidioso della sua musica, lo schiantasse. Una storia di altri tempi, quando un uomo poteva sfidare un dio. Oggi, è soltanto un barbone senza un tetto, senza giorni, senza nessuno, solo. Suonava il sassofono, come se suonasse la vita. Tutta la sua vita. Un uomo solo.




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25 marzo 2006

III

Meticolosamente.

Aveva scavato i suoi giorni, con la cura puntigliosa di un incisore. Ghirigori e galassie di solchi, sul metallo tenero dei giorni uguali. Tutti meticolosamente uguali. La pelle, prima, e poi le carni vive e l’osso. Nervi e tendini, come bava di insetto.

-    Cosa aspetti ancora? Cosa vuoi da me, ancora?

A sezionarsi così la coscienza, ad autovivisezionarsi così, senza anestesia e in apnea, si finisce con l’impazzire.

-    Berrò un pastis, o meglio, un campari.

Vide l’alba, ogni giorno, che faceva già notte.




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17 marzo 2006

II

Avevano abbandonato il corpiciattolo nudo nel ventre del cassonetto. Non tutti i ventri sono materni, come fu quell’utero di metallo. Sopravvisse. Chi sopravvive una volta, si porta dentro la vergogna e il rancore. Si guardava nello specchio con cattiveria e disprezzo. Una faccia scavata, sporca di peli di barba radi, un naso forte e adunco, becco d’aquila e occhi piccoli e fissi, di rapace. Fumava assorto, aspirando nervoso, risucchiando il fumo e il mondo attorno alle dita affusolate dalle unghie lunghissime, diafane. Mani da donna.

-    Tu che hai fatto dei figli… non ti vergogni ?

 




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